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Maiorchino
Pare che il Maiorchino abbia fatto la sua comparsa intorno
al Seicento. Ancora oggi, a Carnevale, con le forme stagionate, nei comuni di
Basicò e Novara di Sicilia (in provincia di Messina), si effettua la tradizionale
ruzzola: i pastori gareggiano facendole rotolare lungo il pendio della via principale
del paese. Le attrezzature sono tradizionali: caldaia di rame stagnato (quarara), bastone di legno (brocca), fascera di legno (garbua), tavoliere di legno (mastrello), asta di legno o ferro (minacino). Dopo la rottura della cagliata in grani minuti e la cottura nella quarara, si colloca la pasta nelle fascere. Inizia a questo punto l'affascinante fase della foratura (o bucatura), per favorire la fuoriuscita del siero dalla pasta. Con un ago di ferro (il minacino) si forano le bolle d'aria che via via si formano nella pasta, pressando poi delicatamente con le mani la superficie del pecorino. Un'operazione lenta e paziente che può durare anche due ore e che viene ripetuta, se necessario, dopo una seconda cottura. Si sala a secco per 20, 30 giorni e infine si fa stagionare (fino a 24 mesi) in locali di pietra interrati, freschi e umidi, dotati di scaffali in legno. Il maiorchino ha forma cilindrica a facce piane o lievemente concave, crosta giallo ambrato che diventa marrone con l'avanzare della stagionatura e una pasta bianca compatta tendente al paglierino. L'altezza dello scalzo è di 12 cm e il diametro di 35 cm, il peso va dai 10 ai 18 chili. Il Maiorchino è un pecorino straordinario che sta rischiando seriamente di estinguersi. La tecnica di produzione, infatti, è molto complessa – richiede tempo, esperienza e cura – e la stagionatura lunga e costosa. E il mercato non premia con un prezzo adeguato un lavoro del genere e le grandi qualità di questo formaggio. Il Presidio, in collaborazione con il Consorzio Ricerca Filiera Lattiero-Casearia di Ragusa, ha esordito acquistando un centinaio di forme per farle stagionare adeguatamente e vuole convincere i casari a riprendere la produzione di un formaggio che ha grandi potenzialità, ma che per ora è prodotto esclusivamente su ordinazione. A tavola È uno dei più grandi pecorini d'Italia, sia in senso fisico che qualitativo. Ed è notevole anche la sua attitudine alle stagionature prolungate. Anzi, deve essere molto stagionato. Quando è giovane presenta sensazioni organolettiche meno intense, dominate dal vello e da sentori di latticello. Ma quando supera l'anno di stagionatura si trasforma, letteralmente: i profumi diventano persistenti e netti. Le ricerche del Corfilac hanno evidenziato odori di burro ed erbe, con note fruttate dolci e delicate che richiamano la mela e la vaniglia. Regge bene vini dolci o liquorosi, come il Marsala o la Malvasia delle Lipari, ma funziona anche con un Etna Rosso, di Nerello Mascalese o Cappuccio, come vuole la tradizione contadina che di fatto conosceva soltanto il vino rosso. |